PERICOLI

Fish Therapy, i rischi della pesci-cure

di Simona Peverelli
Impazza la moda dei trattamenti estetici con la Garra Rufa. Ma l'Oms lancia l'allarme: trasmettono malattie.
Emergono rischi per la salute nel praticare la Fish Therapy.

Emergono rischi per la salute nel praticare la Fish Therapy. (Thinkstock)

La Fish Therapy è una nuova forma di pedicure e manicure che ha affascinato, sorpreso e incuriosito. Non solo perché, al posto delle mani esperte di una estetista che vi coccola, vi sono dei minuscoli pesciolini del Sud Est asiatico (la Garra Rufa) che vi stuzzicano i piedi. Ma soprattutto perché, oltre ai metodi poco ortodossi, ci si è sempre interrogati sulla efficacia e la sicurezza del trattamento. L’arrivo in Italia risale ormai a qualche anno fa. Ma le polemiche sull’impiego dei pesciolini-estetisti non si sono mai placate. Specie inerenti ai possibili rischi per la salute dei pazienti. E, oggi, finalmente, emerge qualche criticità legata a questa bizzarra pratica: l’ultima notizia è, infatti, che chi mette i piedi a mollo in una vasca piena di laboriosi animaletti acquatici rischia di contrarre l’epatite C.
UNA PRATICA ORMAI DIFFUSA
Su questo trattamento, già in passato, se ne sono dette di tutti i colori: che fosse poco igienica, ad esempio, o che facesse soffrire i pesci, per via delle vasche molto piccole dove sono costretti a ‘lavorare’, o che potesse, appunto, portare delle malattie. Ultimamente, però, la cura si è diffusa a macchia d’olio e oggi è facile trovarla in parecchi centri termali o beauty center. La Garra Rufa stuzzica i piedi dei clienti con le sue labbra, rimuove le cellule morte della pelle e lascia  la cute levigata, non solo nel caso di calli o pellicine, ma anche di lesioni da psoriasi. La Fish Therapy però, si  badi bene, non viene presentata come una soluzione definitiva alla patologia, ma come un modo per alleviare  fastidi e sintomi. Un toccasana, insomma, se non fosse per il rischio di malattie a cui si potrebbe incorrere e di cui abbiamo chiesto conto a un esperto.
LA SEGNALAZIONE DELL’OMS
«Circa un anno fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – ha spiegato Giovanni Casiraghi, igienista  e medico di prevenzione alla Asl di Como- ha segnalato questi pesci come portatori di epatite B, per la quale  però esiste un vaccino, e di epatite C, che invece non si può ancora curare». Il rischio che quest’ultima patologia, trasmettibile per via sessuale o con il contatto di tessuti, sia contratta con la pratica del Fish therapy  è concreta, perché la Garra Rufa, passando da un piede all’altro, può incubare l’eventuale virus venendo a contatto con le micro lesioni della pelle. «Il fatto che l’acqua sia disinfettata o meno cambia poco – ha aggiunto  l’esperto – perché una volta che la malattia trova un corpo, non c’è igiene che tenga. Oltretutto parliamo di un  virus molto resistente, che sopravvive nell’ambiente fino a sei mesi».
EPATITE C, UNA MALATTIA SERIA
Non si tratta però di una forma di zoonosi, cioè di trasmissione di malattia da un animale all’uomo, perché  questo pesce, di fatto, trasporta il virus da un corpo all’altro senza ammalarsi. «In Italia circa un milione di  persone è infetta da epatite C – ha continuato Casiraghi – una malattia che può sfociare in cirrosi epatica o, in  un caso su cento, anche in epatocarcinoma (un tumore maligno del fegato ndr.). Poi ci sono i casi in cui la  malattia non si manifesta immediatamente, se non con banali sintomi influenzali, e resta latente fino a che non si palesa del tutto».
PERCHÉ NON SE NE PARLA?
Tempo fa i giornali lanciavano l’’allarme epatite riferendosi ai tatuaggi, ma la novità di cui parliamo oggi ci dice che non siamo più al sicuro neanche con i piedi a mollo. «Il 70% delle persone che ha un callo presenta anche  una micro ferita –ha detto l’esperto – tramite la quale può passare il batterio, che da lì si sposta nel pesce e,  infine, in un altro caldo e accogliente corpo umano». Da quando l’Oms ha segnalato questo rischio, la Garra  Rufa è stata censita come fonte non apparente di epatite, ma questo non è bastato per vietare la sua importazione in Italia. Ma perché da quando l’Oms si è pronunciata su questa questione, praticamente  nessuno ne ha parlato? «Esiste un lasso di tempo allucinante tra le pubblicazioni dell’Organizzazione e la  recezione in Italia – ha risposto infine Casiraghi – e capita che alcune questioni, anche se importanti, vengano prese in  considerazione solo molto tempo dopo. In media passano circa dieci anni». Nell’attesa, forse, sarà meglio  tornare alla cara vecchia pietra pomice.

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Publicato in: Trattamenti Argomenti: , , Data: 28-01-2013 01:16 PM


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